Ho ritrovato nel baule questo mio scritto apparso su Semidiceviprima a proposito del 150°
•7 gennaio 2011
17:44
Caro Giovanni,
esco dal mio lutto stretto (come sai, non partecipo alla sarabanda) innanzi tutto per ringraziarti. Grazie per averci fatto riflettere. Mi permetto solo di osservare che mentre la Padanìa (sì, secondo me si dice Padanìa, non Padania) è meno ancora di un’espressione geografica, la Borbonia esisteva con la sua monarchia nazionale, la sua bandiera e il suo inno. E col suo nome. La Lombardia, per esempio, non può vantare tanto. Comunque, il “pezzo” affronta bene l’argomento sia riguardo al comune sentire, come la non-avvertenza di una patria, comunque si chiami, sia riguardo alla vuota retorica che emerge a più riprese, man mano che ci addentriamo nei festeggiamenti. Ma che cosa festeggiamo? La bandiera? È giusto quello che dice Gramellini: la bandiera precede lo Stato unitario, e comunque ci è stata imposta dalle baionette francesi. Francesi e giacobini locali, detto per inciso, osteggiati dagli insorgenti in ogni regione italiana, dalle Alpi alla Calabria (come noto, i Francesi non misero piede in Sicilia). Altro capitolo, quello delle insorgenze, tenuto nascosto dalla storiografia ufficiale. Festeggiamo le spoliazioni, gli stupri e gli eccidi (non mi stancherò mai di ripetere i nomi di Casalduni e Pontelandolfo), la legge Pica sullo stato d’assedio (caso unico al mondo), il falso plebiscito? Celebriamo 800mila morti fra la popolazione civile, i campi di concentramento (Fenestrelle e non solo) dove furono ammassati i soldati napoletani che non vollero prestare giuramento ad un usurpatore? Francamente, fare festa per tutto questo mi sembra indice di una insensibilità umana senza precedenti. Mi si dirà: ma allora, per te l’Italia non vale nulla? Scusate, ma è come se, per rimarcare l’importanza della civiltà romana, facessimo festa in ricordo del massacro di Porta Collina (82 a. C.), quando Silla sterminò i Sanniti, aprendo la strada, di fatto, alla romanizzazione della Penisola. Parliamo allora di Italia e di italianità, ma su altre basi e con altri punti di riferimento, come la cultura (Dante in primis) e lasciamo perdere i falsi miti. Che effettivamente (è scritto bene nell’elzeviro) non interessano a nessuno.
Scusami per l’eccessivo spazio che ti ho rubato. Un caro saluto.
•7 gennaio 201117:44
Caro Giovanni,
esco dal mio lutto stretto (come sai, non partecipo alla sarabanda) innanzi tutto per ringraziarti. Grazie per averci fatto riflettere. Mi permetto solo di osservare che mentre la Padanìa (sì, secondo me si dice Padanìa, non Padania) è meno ancora di un’espressione geografica, la Borbonia esisteva con la sua monarchia nazionale, la sua bandiera e il suo inno. E col suo nome. La Lombardia, per esempio, non può vantare tanto. Comunque, il “pezzo” affronta bene l’argomento sia riguardo al comune sentire, come la non-avvertenza di una patria, comunque si chiami, sia riguardo alla vuota retorica che emerge a più riprese, man mano che ci addentriamo nei festeggiamenti. Ma che cosa festeggiamo? La bandiera? È giusto quello che dice Gramellini: la bandiera precede lo Stato unitario, e comunque ci è stata imposta dalle baionette francesi. Francesi e giacobini locali, detto per inciso, osteggiati dagli insorgenti in ogni regione italiana, dalle Alpi alla Calabria (come noto, i Francesi non misero piede in Sicilia). Altro capitolo, quello delle insorgenze, tenuto nascosto dalla storiografia ufficiale. Festeggiamo le spoliazioni, gli stupri e gli eccidi (non mi stancherò mai di ripetere i nomi di Casalduni e Pontelandolfo), la legge Pica sullo stato d’assedio (caso unico al mondo), il falso plebiscito? Celebriamo 800mila morti fra la popolazione civile, i campi di concentramento (Fenestrelle e non solo) dove furono ammassati i soldati napoletani che non vollero prestare giuramento ad un usurpatore? Francamente, fare festa per tutto questo mi sembra indice di una insensibilità umana senza precedenti. Mi si dirà: ma allora, per te l’Italia non vale nulla? Scusate, ma è come se, per rimarcare l’importanza della civiltà romana, facessimo festa in ricordo del massacro di Porta Collina (82 a. C.), quando Silla sterminò i Sanniti, aprendo la strada, di fatto, alla romanizzazione della Penisola. Parliamo allora di Italia e di italianità, ma su altre basi e con altri punti di riferimento, come la cultura (Dante in primis) e lasciamo perdere i falsi miti. Che effettivamente (è scritto bene nell’elzeviro) non interessano a nessuno.
Scusami per l’eccessivo spazio che ti ho rubato. Un caro saluto.
Nessun commento:
Posta un commento