giovedì 11 giugno 2015
DIZIONARIO FILOSOFICO
“Quel cappello? Sedetevi sopra, tanto è del nostro professore”. Mosè aveva appena iniziato a leggere, anzi a rileggere La scuola dei dittatori di Ignazio Silone, per gli amici Secondo Tranquilli. Quella frase, d’improvviso, lo fece star male. L’inquietudine si sommava all’angoscia di non riuscire a ricordare dove, quando avesse vissuto quel momento. Scire est meminisse. Ma qui Platone, con tutto il rispetto, non c’entrava un fico secco. Da quel momento il lettore non fu più tale: accantonò il libro e non ne prese in mano altri. Pensava solo a quel sedere che si accomodava sul cappello del professore. Trattandosi di un docente, immaginava istintivamente il copricapo come un elegante borsalino, tenuto d’estate nell’armadio in mezzo alla naftalina. Un bel cappello, che d’inverno, ripulito dai residui di anti-tarmico, faceva da corona ad una testa di un certo calibro. Ma cosa aveva a che fare con lui, con Mosè, quel cappello? Soprattutto, quel gesto, quell’invito a sedersi sopra il copri-cervello? Chiese, ma solo a se stesso, si sottopose ad una seduta di auto-maieutica, indagò. Perché quell’immagine lo tormentava? Si ricordò di una tavola imbandita, scatolette di tonno semi-vuote, molliche di pane dappertutto, vestigia di una cena nervosa e frugale accanto ad un televisore. Ma il capo non partecipò: si ritrasse nella sua stanza a pensare e, per non essere da meno, anzi per essere di più, spense le sigarette nei bicchieri di vetro, sicuro che, all’indomani, qualcuno avrebbe provveduto. Così avvenne, così fu fatto. E il posacenere? È tale in potenza, ma in atto serve ad abbellire la stanza e, di riflesso, ad abbellire il capo.
G.Z.
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