lunedì 15 giugno 2015

TRA UNA VASCA E L’ALTRA

 




La piazza che non c’è più

C’era una volta la piazza, e ora non c’è più. Quel passeggio tra via XXIV maggio e piazza Lucio Valerio Pudente, con in mezzo piazza Rossetti e piazza Diomede, le cosiddette “vasche”, in pieno centro, a Vasto, era un’abitudine insopprimibile, una cosa di cui non potevamo fare a meno. La sera, anche in pieno inverno, anzi direi proprio d’inverno, perché d’estate c’era l’attrazione di Vasto Marina, e comunque con qualsiasi tempo, eravamo tutti là, a passeggiare di continuo, prima di cena, tra le sette e le otto. In piazza ci si incontrava, si parlava, si guardavano le ragazze, si combinavano i matrimoni, si faceva politica. E la piazza aveva anche un connotato politico, una certa divisione geografica per gruppi di appartenenza: per esempio, “il muretto” (chi ha la mia età lo ricorda) era quel parapetto del castello che dà su piazza Diomede, punto di riferimento per quei ragazzi di estrema sinistra che si ritrovavano lì a fare gruppo. Beninteso: il parapetto esiste ancora, ma non è più “il muretto”. Comunque, politica o non politica, la piazza era il nostro habitat, la nostra casa comune, il nostro punto di riferimento. “Ti fai vedere in piazza stasera?” ci dicevamo uscendo da scuola. Non c’era bisogno di aggiungere l’orario o un punto preciso: le continue “vasche” ci consentivano di ritrovarci e di incontrarci comunque, anche in mezzo a tutta quella folla. E poi arrivava l’appunto, l’amichevole rimprovero: “ieri sera non ti sei fatto vedere in piazza”. L’assenza veniva notata, da tutti, non solo dagli amici, anche da chi non ti conosceva, perché gira e rigira le facce venivano memorizzate. Era, la nostra, una società con la propensione al foro, all’incontro, al dialogo. Ci piaceva incontrarci e parlare, se del caso litigare, ma non potevamo fare a meno della piazza. Ora, passata una sola generazione, tutto è cambiato. I giovani sembrano rintanati in casa, o comunque al chiuso, magari col telefonino costantemente in mano a scambiarsi messaggi. Noi, i cinquantenni di adesso, i messaggi preferivamo mandarceli de visu, anche perché i telefonini non esistevano; c’erano solo i telefoni fissi e le cabine telefoniche, rigorosamente a gettoni, perché le schede sono state inventate dopo. Ecco: la piazza è stata uccisa dai telefonini.

Giacinto Zappacosta

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