La baggianata del sole delle Alpi
Ci sono sentenze il cui valore politico e culturale va molto al di là della scelta a favore di una parte o dell’altra. Sono quelle che per la profondità e l’acume delle loro motivazioni, non meno che per la delicatezza del tema in questione, sono destinate a incidere non solo sulla giurisprudenza ma sulla definizione stessa del senso comune, sulla cultura di una Paese. Una di queste è la sentenza con cui il Tribunale civile di Brescia ha condannato il comune di Adro, guidato dal sindaco leghista Oscar Lencini, per aver esposto centinaia di simboli leghisti nella scuola elementare del paese.
Non si trattava però di stabilire se il sindaco avesse o meno il diritto di esporre quei simboli, tra l’altro, come accerta la sentenza, senza l’assenso dei dirigenti scolastici e anzi senza averli neppure informati. Il ricorso intentato dalla Camera del Lavoro di Brescia e dalla Flc Cgil accusava, infatti, il sindaco e l’amministrazione comunale di atteggiamento discriminatorio “nei confronti dei lavoratori operanti presso il polo scolastico onnicomprensivo di Adro”. La vicenda era quindi molto più sottile ma anche molto più importante di un semplice pronunciamento sul diritto o meno del sindaco di riempire una scuola pubblica con i simboli del suo partito.
Il Comune si era difeso negando che il simbolo del “Sole delle Alpi” contenesse un riferimento alla Lega Nord, sostenendo che si trattava di un simbolo tipico della zona di Adro. La sentenza dimostra che, invece, non esiste alcun legame tra il simbolo e quell’area geografica mentre ne esistono a volontà con il partito in cui milita il primo cittadino. Viene, tra l’altro, anche citata l’affermazione, mai smentita, della ex consigliere comunale leghista Rossana Sapori, secondo la quale quel simbolo sarebbe oggi proprietà di Silvio Berlusconi, che lo avrebbe ottenuto in cambio del salvataggio della banca leghista Credieuronord.
Il punto centrale era però quelle relativo alla discriminazione. “Saturare” un ambiente con simboli politici, riconoscono infatti i giudici, non vuol dire di per sé limitare le libertà di chi in quell’ambente opera, né condizionarne le opinioni che, trattandosi di adulti, si ritengono ovviamente già formate e neppure violarne la dignità o costringer loro a vivere in un clima di intimidazione.
Non si potrebbe, dunque, parlare di comportamenti discriminatori o di limitazioni della libertà se non fosse che i lavoratori in questione sono insegnanti ed educatori, una categoria specifica e particolare tra i cui diritti figura in primo piano la libertà di insegnamento diretta “a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”. È il diritto a questo “confronto aperto” che viene negato, attraverso l’imposizione agli occhi degli allievi di una identificazione tra la loro scuola e la simbologia di partito.
Il Tribunale ha, dunque, stabilito non solo che i bambini devono essere protetti da campagne politico-mediatiche pervasive e invasive, tanto più se queste vengono allestite nell’ambiente “sacro” della scuola pubblica, ma anche che esercitare un simile condizionamento sugli allievi lede il diritto di esercitare un insegnamento libero e laico dei docenti, e dunque costituisce un comportamento di fatto discriminatorio.
Si tratterebbe di un pronunciamento di enorme importanza, in termini di civiltà e di difesa della democrazia sostanziale. Lo diventa ancora di più quando ci si trova di fronte a partiti come la Lega, che punta proprio su questo metodico e illecito condizionamento per stravolgere le basi fondanti della cultura democratica.
Maurizio Zipponi
dal blog dell’Idv
sottotitolo e foto a cura di Cana Culex
Ci sono sentenze il cui valore politico e culturale va molto al di là della scelta a favore di una parte o dell’altra. Sono quelle che per la profondità e l’acume delle loro motivazioni, non meno che per la delicatezza del tema in questione, sono destinate a incidere non solo sulla giurisprudenza ma sulla definizione stessa del senso comune, sulla cultura di una Paese. Una di queste è la sentenza con cui il Tribunale civile di Brescia ha condannato il comune di Adro, guidato dal sindaco leghista Oscar Lencini, per aver esposto centinaia di simboli leghisti nella scuola elementare del paese.Non si trattava però di stabilire se il sindaco avesse o meno il diritto di esporre quei simboli, tra l’altro, come accerta la sentenza, senza l’assenso dei dirigenti scolastici e anzi senza averli neppure informati. Il ricorso intentato dalla Camera del Lavoro di Brescia e dalla Flc Cgil accusava, infatti, il sindaco e l’amministrazione comunale di atteggiamento discriminatorio “nei confronti dei lavoratori operanti presso il polo scolastico onnicomprensivo di Adro”. La vicenda era quindi molto più sottile ma anche molto più importante di un semplice pronunciamento sul diritto o meno del sindaco di riempire una scuola pubblica con i simboli del suo partito.
Il Comune si era difeso negando che il simbolo del “Sole delle Alpi” contenesse un riferimento alla Lega Nord, sostenendo che si trattava di un simbolo tipico della zona di Adro. La sentenza dimostra che, invece, non esiste alcun legame tra il simbolo e quell’area geografica mentre ne esistono a volontà con il partito in cui milita il primo cittadino. Viene, tra l’altro, anche citata l’affermazione, mai smentita, della ex consigliere comunale leghista Rossana Sapori, secondo la quale quel simbolo sarebbe oggi proprietà di Silvio Berlusconi, che lo avrebbe ottenuto in cambio del salvataggio della banca leghista Credieuronord.
Il punto centrale era però quelle relativo alla discriminazione. “Saturare” un ambiente con simboli politici, riconoscono infatti i giudici, non vuol dire di per sé limitare le libertà di chi in quell’ambente opera, né condizionarne le opinioni che, trattandosi di adulti, si ritengono ovviamente già formate e neppure violarne la dignità o costringer loro a vivere in un clima di intimidazione.
Non si potrebbe, dunque, parlare di comportamenti discriminatori o di limitazioni della libertà se non fosse che i lavoratori in questione sono insegnanti ed educatori, una categoria specifica e particolare tra i cui diritti figura in primo piano la libertà di insegnamento diretta “a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”. È il diritto a questo “confronto aperto” che viene negato, attraverso l’imposizione agli occhi degli allievi di una identificazione tra la loro scuola e la simbologia di partito.Il Tribunale ha, dunque, stabilito non solo che i bambini devono essere protetti da campagne politico-mediatiche pervasive e invasive, tanto più se queste vengono allestite nell’ambiente “sacro” della scuola pubblica, ma anche che esercitare un simile condizionamento sugli allievi lede il diritto di esercitare un insegnamento libero e laico dei docenti, e dunque costituisce un comportamento di fatto discriminatorio.
Si tratterebbe di un pronunciamento di enorme importanza, in termini di civiltà e di difesa della democrazia sostanziale. Lo diventa ancora di più quando ci si trova di fronte a partiti come la Lega, che punta proprio su questo metodico e illecito condizionamento per stravolgere le basi fondanti della cultura democratica.
Maurizio Zipponi
dal blog dell’Idv
sottotitolo e foto a cura di Cana Culex
Speriamo che quei giudici non vengano accusati di militanza comunista...
RispondiEliminaUlteriore problema: chi paga la rimozione dei simboli padani? Perché la spesa deve essere a carico del Comune? Secondo me, dovrebbe pagare il sindaco di saccoccia sua.
RispondiEliminaSono d'accordo: che pagassero i faziosi!
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