mercoledì 23 marzo 2011

GARIBALDI TRAFFICANTE DI “SEMI”- SCHIAVI

da “José Garibaldi, ciudadano peruano” in Radici Cristiane, n. 62 – marzo 2011
di Augusto de Izcue


Fioriva in Perù il commercio del guano, prodotto dalle deiezioni degli uccelli marini sulle isole e allora molto pregiato come fertilizzante. Il lavoro era durissimo e le condizioni igieniche pessime. Gli imprenditori, perlopiù stranieri, erano costretti ad utilizzare il lavoro degli schiavi. Fu così che, dal 1849, cominciò a svilupparsi l’importazione di contadini cinesi, chiamati “coolie”, destinati alle isole.
Un articolo dell’Illustrated Times di Londra, del 5 marzo 1859, racconta di condizioni così disumane che i “coolie” si suicidavano in massa. La minima mancanza alla disciplina era castigata con 24 colpi di frusta […].
Nell’ottobre 1851, Pietro Denegri affidò a Garibaldi un carico di guano per l’Oriente. Dopo aver imbarcato la merce al sud, Garibaldi partì dal Callao il 10 gennaio 1852 con destinazione Manila e Canton, facendo ritorno il 28 gennaio 1853 con un carico di “colie” per le aziende del guano. I difensori di Garibaldi, specialmente le logge massoniche peruviane, cercano di scagionare il loro “fratello” affermando trattarsi non di schiavi ma, in realtà, di “traffico si semi-schiavi destinati a essere venduti alle aziende” (Un masòn peruano Llamado Garibaldi, Gran Logia Occidental del Perù, 28 giugno 2008). A noi, francamente, sfugge la sfumatura.
Con gran sollievo dei limensi, sempre più turbati dall’irrequieto personaggio, Garibaldi rientrò in Italia nel 1854. Il resto è storia.

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