
Caro direttore,
il quotidiano dell’Abruzzo non deve, ovviamente, soltanto informare i cittadini abruzzesi, ma anche essere palestra, luogo di incontro e scontro, per una pluralità di voci interessate alla crescita della nostra amata regione. È quanto sta facendo con il dibattito da lei sollevato, che ha suscitato le risposte e i contributi di alcuni politici. Si avverte, però, leggendoli, una mancanza, un’assenza. L’assenza del primato della politica, di una politica che, da almeno vent’anni, ha perso, soprattutto per le grandi responsabilità dei suoi operatori e, perché no, dei suoi interpreti e analisti, il ruolo alto e nobile che le compete. Oggi tanti cittadini colgono il senso del dramma, la verità di un declino che investe tutto il Paese e, per ciò che più ci riguarda, l’Abruzzo. Colgono la mancanza di una classe politica all’altezza che il delicatissimo momento storico richiederebbe, di un riferimento certo, di una guida e di un sapere. Abbiamo appena salutato l’ex Ministro Gaspari. Egli non ha lasciato in eredità appartamenti all’ombra del Colosseo, né azioni da riscuotere presso qualche paradiso fiscale. Ha lasciato un’unica, grande eredità: la concretezza, l’aggredire di petto i problemi, fornendo soluzioni, elaborando progetti, prendendo decisioni. Altri tempi, si dirà; altri contesti. È vero, ma se alla fine di maggio, alle elezioni Comunali di Vasto, su 35 mila aventi diritto al voto, ben 14 mila hanno preferito disertare le urne, vuol dire che il fossato scavato tra eletto ed elettore, tra rappresentante e rappresentato, è divenuto, nel tempo, difficilmente colmabile.
Non ha senso parlare di colpe, non è appassionante la disputa tra pseudo centrodestra e pseudo centrosinistra. L’uno e l’altro, alternandosi, hanno governato la Regione, le Province e i più importanti Comuni d’Abruzzo. Non hanno saputo, qui come altrove, dare risposte, non hanno saputo fronteggiare il declino, non hanno compreso che una globalizzazione senza politica (come denuncio da anni nei miei libri), senza il governo della politica, è la fine degli Stati e dei suoi popoli. Lo ha spiegato tanto bene Edoardo Nesi, vincitore dell’ultimo Strega, raccontando la fine di Prato, del mondo della tessitura, di un impero per decenni così florido ed ebbro di ricchezza, schiantato dall’assenza della politica. Commuove quando racconta di una piazza Mercatale, tra le più grandi d’Italia, invasa da migliaia di pratesi con al centro un lungo striscione: “Prato non deve chiudere”.
Neanche l’Abruzzo deve chiudere, caro direttore. Ma per evitarne la chiusura, occorre la lungimiranza di chi ha reso vitale questa terra, di chi l’ha lavorata, di chi ha riposto e continua, nonostante tutto, a riporre tanta fiducia, persino troppa, nella sua classe politica, ancora eccessivamente impegnata a difendere il privilegio, la rendita di posizione, il proprio orticello. Ma il fuoco, dal giardino, sta per entrare dentro casa. Nei salotti e sui giornali giustamente dibattiamo, ma l’assenza resta. L’assenza della politica, che è servizio pubblico. Nient’altro. Viene in mente Attilio Bertolucci: “Assenza, più acuta presenza”. Perché la politica è indispensabile. Come l’aria. E se non c’è, senti che ti manca.
Davide D’Alessandro
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