
È uno di quegli episodi che ricordi per tutta la vita, che ti commuove a distanza di anni. Un’estate, tanto tempo fa, ero in vacanza a Taranto. Tornavo, a notte fonda, con moglie e bambino, nella villa dove alloggiavo: ecco, all’improvviso, l’auto si spegne e mi lascia desolatamente in mezzo alla strada, lontano dalla città, in aperta campagna. All’epoca non esistevano i cellulari e, di conseguenza, la possibilità di chiedere soccorso era impensabile. Provo a far ripartire il motore: niente. Il ponte di Punta Penna è molto lontano, ancora più lontane le luci della città. Dico a mia moglie: “Mettiamo il bambino sul passeggino e avviamoci a piedi”. Fatti sette o otto passi, si ferma dinanzi a noi un autobus della linea urbana, a quell’ora fuori servizio, che sta tornando al deposito. La porta aperta era un chiaro invito a salire. Il colloquio con l’autista, da subito improntato a quel senso di umanità tipico dei Tarantini, ci fa intendere che il nostro problema è risolto. Arrivati nell’immenso spiazzo che accoglie i mezzi dell’Amat, la municipalizzata, il nostro salvatore ci fa accomodare nel gabbiotto presidiato dalla guardia giurata (“ci sta ‘stu cristiane cu piccine” è stata la spiegazione dell’autista a pro del vigilante). Senza dire niente e senza preavvertirci, il nostro sconosciuto amico si presenta un minuto dopo con la sua Fiat 500 (vecchio tipo), tira il freno a mano e, motore acceso, la lascia a mia disposizione chiedendomi di riportargliela, con comodo, all’indomani. Non mi ha chiesto nemmeno chi sono, come mi chiamo. Però mi ha trattato come un fratello. Se Taranto è popolata da persone così, e ce ne sono tante, può guardare con speranza al futuro. Per inciso, col telefono in uso alla guardia giurata, ho chiesto un passaggio ad uno zio di mia moglie. Rimane il gesto di quell’uomo, che non ho più rivisto.
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