
La notizia, per quanto drammatica, è passata quasi sotto traccia, suscitando, al più, un fremito di compassione nei confronti dei coniugi residenti nella Val di Sangro, la coppia risarcita con un milione e 660mila euro perché, causa errori diagnostici, “mise al mondo nel 1999 una bambina affetta da una rarissima patologia, la ceroide lipofascinosi neuronale infantile”. La medicina, però, così riferisce la cronaca, dà una speranza. “Eseguendo particolari esami molecolari si sarebbe potuta tentare una nuova gravidanza. Il primo tentativo, nel 1996, andò male e la signora fu costretta ad interrompere la gravidanza”. Arriviamo dunque al 1999, quando la donna, di nuovo in stato di gravidanza, viene sottoposta a villocentesi, ossia una procedura che consiste nel prelievo di frammenti di tessuto dalla placenta. L’esito è favorevole e nasce una bimba. Che col tempo, e siamo al punto, manifesta i sintomi di quella terribile malattia. Di qui la causa per il risarcimento del danno, vale a dire per errata diagnosi prenatale. Chiosando: consigliata dai medici, la donna ha affrontato più di una gravidanza, con l’intento di verificare, tramite esame, se il nascituro fosse sano; in caso contrario, era già stabilito, la donna avrebbe abortito. Oltre un milione e mezzo di euro è il quantum per non aver potuto disfarsi del feto. L’eugenetica si fa largo, e passa inosservata.
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