
Roba da prima repubblica (in italiano con due “b”). Siamo alla richiesta di “una immediata verifica di maggioranza al fine di provare a ricostruire quella unità di intenti e quella serenità amministrativa necessarie in questi momenti di particolare congiuntura economica e a ricompattare un gruppo le cui componenti, in questo frangente, sembrano percorrere strade non più coincidenti”. Giustizia Sociale, se non altro, lo dice chiaro e tondo: questa maggioranza, per come è messa, inficia la “gestione della res publica”. Nel che è già evidente un primo dato linguistico-politico, a tutto vantaggio di Luigi (Gino) Marcello e del suo passaggio al raggruppamento, Giustizia Sociale appunto, che ora è parte della maggioranza. Vale la pena accennare ai precedenti storici, che si consumano all’interno della redazione di “Qui quotidiano” (così si chiamava allora, prima che perdesse l’attributo “quotidiano”), dove Gino, assieme ad altri, era di casa. In quel laboratorio politico-giornalistico, poi svuotatosi, era in atto, e lo è tuttora, una lite furibonda con la lingua italiana, senza che questo, sia chiaro, possa essere imputato a Gino Marcello (altri, infatti, partecipano al macabro massacro del nostro idioma). L’apice si toccava quando, per necessità o per vezzo letterario, si faceva ricorso al latino: era il panico. Quando il povero Tagliente dettava frasi del tipo “si è svolta la XXV edizione del premio…”, erano dolori. Chi materialmente doveva scrivere, non conoscendo il latino (e passi), ma nemmeno i numeri romani (si studiano alle elementari), annaspava con l’acqua alla gola. Ma l’apice dell’apice è in quelle due parole, res “pubblica”, che Qui si ostina a incastonare tra una foto e un articolo. Sì, “pubblica”, in latino, scritto con due “b”. Un orrore. Il commodus discessus di Marcello, che, nel documento di Giustizia Sociale, approda ad un più consono “res publica”, suona come un rimprovero all’ex alleato.
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