martedì 12 gennaio 2016

TARANTO, QUALI PROSPETTIVE?

La Città è alle corde, smarrita, senza prospettive. Ed è la città dove vivo. Avvertiamo, ormai, che il futuro è già stato scritto, un futuro triste, deciso da altri. Non so se il sindaco e gli assessori facciano di tanto in tanto un giro nei mercati comunali, sugli autobus, per le strade e le piazze di questa nostra bella Taranto: io, per la verità, non li ho mai visti, ma se i nostri amministratori frequentano il popolo, quel popolo di cui tanto parlano e di cui si sentono avanguardia illuminata, hanno senz’altro avuto contezza di come le cose non vadano e di come il malessere monti. L’Ilva (che io mi ostino a chiamare Italsider: faccio parte di un’altra generazione) è solo l’epifenomeno di una questione più ampia e complessa, un sistema di potere, tutto orientato a sinistra (vero, Vendola?), che chiama in causa una gestione fallimentare della Città, una scelta, quella della industrializzazione indotta, guidata dallo Stato, prima, e affidata ora al privato. Un errore dopo l’altro, dalla posa della prima pietra. Ha ragione lo storico Giacinto Peluso: nessuno, all’epoca, né i partiti politici, né i sindacati, né le associazioni, né gli ambientalisti (che non esistevano), né la cittadinanza, nessuno, dicevo, ha alzato la mano per dire: un momento, ragioniamo, riflettiamo su quello che stiamo facendo, sul futuro di Taranto. Anzi, gli strombazzamenti, in un crescendo patetico, accompagnarono il procedere del cantiere. E Italsider fu. Quello che è venuto fuori, il verminaio diffuso, è preoccupante. Al di là di quello che ci dirà la magistratura, emerge sempre più chiaro un sistema consolidato di interessi, sostenuto e alimentato dalla incapacità, o non- volontà, di definire uno sviluppo diverso, alto, nuovo per questa Città. In ogni caso, questa progettualità appare inarrivabile per l’attuale classe dirigente, compromessa per una diuturna frequentazione con chi ha deturpato l’ambiente e abbruttito una città tra le più belle del mondo. 


Giacinto  Zappacosta

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