Pubblicato su “Il Popolo”, settimanale della diocesi di Tortona del 6 ottobre 2005, di don Maurizio Ceriani

Nino Bixio “uomo d’onore”
La notte tra il 19 e il 20 settembre passò insonne entro le mura di Roma. I soldati del Papa si confessarono tutti e ricevettero il viatico e l’unzione. Erano convinti di morire uno ad uno nella difesa, casa per casa, della Città Santa. La croce rossa fu appuntata sul petto di quegli ultimi crociati e risuonò per le mura il grido di “W Pio IX, W il Papa-Re”. Cadorna aveva pianificato di attaccare Roma lungo tutto il perimetro delle mura, ad eccezione di quelle della Città Leonina, aprire diverse brecce e penetrare in città da più parti per spezzare la difesa degli zuavi. Alle cinque del mattino i cento cannoni italiani aprirono il fuoco martellando le difese. Sull’altra sponda del Tevere il generale Nino Bixio, eroe dell’impresa dei Mille, aveva posto il suo quartier generale a Villa Pamphili e aveva l’ordine di attaccare Porta San Pancrazio e le mura fortificate di Trastevere.
Sicuro che il popoloso quartiere sarebbe insorto e gli avrebbe aperto le porte e informato che il settore era difeso solo da truppe indigene, Bixio aveva inviato emissari per invitare alla diserzione i difensori di Trastevere; pensava che sarebbe toccata a lui la gloria di entrare per primo in Roma “liberata”. Per questo tardò l’ordine di aprire il fuoco di circa un’ora. Non sapeva però che solo tre giorni prima una delegazione di Trastevere era salita dal Pontefice per offrire l’intera popolazione del quartiere come guardia personale di quello che consideravano “il loro Papa”.
Iniziato l’attacco, si avvide presto che la resistenza a Trastevere era più decisa che negli altri settori: le mura solide non cedevano, gli abitanti del quartiere erano saliti a difenderle e le sue truppe si trovavano ora tra il tiro incrociato delle mura leonine e di quelle trasteverine. Irritato, tra le otto e le nove, fece dirigere il fuoco di alcuni cannoni sugli edifici all’interno delle mura, devastando case, conventi e ospedali e facendo vittime tra i civili. Poco prima delle dieci, quando le artiglierie italiane avevano aperto una larga breccia nelle mura di Porta Pia e si stava preparando l’assalto, giunse alla porta un dragone a cavallo con l’ordine di resa da parte di Pio IX: il Papa non voleva uno spargimento di sangue.
Alle dieci e dieci minuti la battaglia per Roma era finita. Anche sulle mura di Trastevere venne issata la bandiera bianca, ma le batterie di Nino Bixio continuarono a bombardare il quartiere ancora per mezz’ora. Anche dieci anni prima, ad Ancona, i cannoni di Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare per molte ore sulla città, rea di essersi arresa all’ammiraglio Persano.
Continua

Nino Bixio “uomo d’onore”
La notte tra il 19 e il 20 settembre passò insonne entro le mura di Roma. I soldati del Papa si confessarono tutti e ricevettero il viatico e l’unzione. Erano convinti di morire uno ad uno nella difesa, casa per casa, della Città Santa. La croce rossa fu appuntata sul petto di quegli ultimi crociati e risuonò per le mura il grido di “W Pio IX, W il Papa-Re”. Cadorna aveva pianificato di attaccare Roma lungo tutto il perimetro delle mura, ad eccezione di quelle della Città Leonina, aprire diverse brecce e penetrare in città da più parti per spezzare la difesa degli zuavi. Alle cinque del mattino i cento cannoni italiani aprirono il fuoco martellando le difese. Sull’altra sponda del Tevere il generale Nino Bixio, eroe dell’impresa dei Mille, aveva posto il suo quartier generale a Villa Pamphili e aveva l’ordine di attaccare Porta San Pancrazio e le mura fortificate di Trastevere.
Sicuro che il popoloso quartiere sarebbe insorto e gli avrebbe aperto le porte e informato che il settore era difeso solo da truppe indigene, Bixio aveva inviato emissari per invitare alla diserzione i difensori di Trastevere; pensava che sarebbe toccata a lui la gloria di entrare per primo in Roma “liberata”. Per questo tardò l’ordine di aprire il fuoco di circa un’ora. Non sapeva però che solo tre giorni prima una delegazione di Trastevere era salita dal Pontefice per offrire l’intera popolazione del quartiere come guardia personale di quello che consideravano “il loro Papa”.
Iniziato l’attacco, si avvide presto che la resistenza a Trastevere era più decisa che negli altri settori: le mura solide non cedevano, gli abitanti del quartiere erano saliti a difenderle e le sue truppe si trovavano ora tra il tiro incrociato delle mura leonine e di quelle trasteverine. Irritato, tra le otto e le nove, fece dirigere il fuoco di alcuni cannoni sugli edifici all’interno delle mura, devastando case, conventi e ospedali e facendo vittime tra i civili. Poco prima delle dieci, quando le artiglierie italiane avevano aperto una larga breccia nelle mura di Porta Pia e si stava preparando l’assalto, giunse alla porta un dragone a cavallo con l’ordine di resa da parte di Pio IX: il Papa non voleva uno spargimento di sangue.
Alle dieci e dieci minuti la battaglia per Roma era finita. Anche sulle mura di Trastevere venne issata la bandiera bianca, ma le batterie di Nino Bixio continuarono a bombardare il quartiere ancora per mezz’ora. Anche dieci anni prima, ad Ancona, i cannoni di Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare per molte ore sulla città, rea di essersi arresa all’ammiraglio Persano.
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