martedì 30 novembre 2010

F. Iesu.A proposito dell'articolo di Rizzo e Stella sul divario Nord-Sud nell'analfabetismo nel 1861

Il dispregiativo commento di S. Rizzo e G. A. Stella sui dati dell’analfabetismo nel 1861: “ALLA FACCIA DEI MITI BORBONICI, IL DOPPIO CHE IN PIEMONTE”.

di FRANCESCO IESU*

Sullo Speciale di S. Rizzo e G. A. Stella dedicato all’Unità d’Italia,
pubblicato dal Corriere della Sera del 13 novembre 2010, i due famosi
giornalisti e scrittori del best seller “La Casta” hanno riportato che “
secondo la Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel
Mezzogiorno) nel 1861 le persone con più di sei anni che non sapevano
leggere e scrivere erano in Piemonte il 42%, in Lombardia il 45%, nel Veneto
quasi il 65%, mentre in Campania erano l’80%, in Puglia ed in Sicilia
l’’85%, in Calabria ed in Basilicata l’87%, facendo seguire questo commento:

Qui non si vuole mettere in discussione i dati forniti dalla Svimez ( anche
se la stessa fonte per la Lombardia riporta la misura del 53,7% ed altra
fonte per il Piemonte indica la misura del 57%), ma il commento invero non
motivato ( in quanto non ne spiega le cause) e storicamente ingiusto nei
confronti della dinastia borbonica.

Per quanto riguarda la comparazione con la Lombardia, bisognerebbe ricordare
che questo territorio era sotto il dominio austriaco dal 1700 e per merito
dell’illuminata regina Maria Teresa d’Austria, nel 1734, aveva una legge che
sanciva l’istruzione pubblica e sei anni di scuola dell’obbligo; un
ordinamento scolastico all’avanguardia in quel tempo, tanto che l’Impero
austriaco registrava nel 1851 un analfabetismo compreso tra il 40 ed il 45%.

Per quanto riguarda il Piemonte, bisognerebbe ricordare che fin dalla metà
del 1500, a partire dal duca Emanuele Filiberto di Savoia, era rimasto
sempre sotto la dinastia dei Savoia, i quali curarono l’istruzione popolare,
fondando numerose scuole, tanto è vero che nei libri di storia, scritti dai
vincitori, abbiamo addirittura letto che la scuola pubblica in Italia sia
nata con lo Stato unitario dei Savoia: però, se ciò può essere vero per
piccoli Stati pre-unitari, non è assolutamente vero per il grande Regno di
Napoli e delle Due Sicilie, dove, grazie alla lungimiranza della dinastia
borbonica, la scuola elementare per il popolo era nata molti decenni prima.

Bisognerebbe tener presente, infatti, che, diversamente dal Piemonte, il
Meridione era stato per secoli dominato da diverse dinastie (Normanni,
Svevi, Angioini, Aragonesi, Vicerè - spagnoli) le quali si erano
disinteressate dell’istruzione popolare, rimasta affidata alla Chiesa, dopo
la caduta dell’Impero Romano.

Infatti, allorquando Carlo di Borbone nel 1734 fu messo sul trono di Napoli,
“ l’istruzione primaria e media non era comune”, come ci ricorda lo storico
Pietro Colletta.

Un altro eminente studioso di quella età, Alfredo Zazo, aggiunge che” rari
erano i Comuni nei cui bilanci appariva il pubblico onere di un maestro: le
uniche scuole erano costituite dai chiostri e dai seminari, il cui andamento
era ignoto al legislatore; l’istruzione superiore (soprannominata sublime)
era monopolio assoluto degli Ordini religiosi

( in particolare dei Gesuiti), di tipo confessionale e destinata ai ceti
nobili ed abbienti.

Dopo aver espulso i Gesuiti e fatto studiare l’ordinamento scolastico
austriaco a Trento, tra il 1784 ed il 1789, il successore al trono:

Re Ferdinando IV illuminato,

volendo i sudditi bene amati

dall’ignoranza liberare

per la condizione di vita

sociale ed economica migliorare,

pensò di la Scuola riformare,

convinto per il popolo educare

occorreva una Scuola pubblica,

laica, uniforme e generale

per tutti i ceti sociali,

e la chiamò scuola normale.

Così, entrarono nella scuola, come riporta l’eminente pedagogista
positivista Aristide Gabelli, non più i soli figli del possidente,
dell’avvocato, del medico, dell’impiegato, del commerciante, ma via via
quelli del fabbro, del falegname, del sarto, poi quelli del portinaio, del
vetturino, del legnaiolo, dell’erbavendolo e infine quelli di tutti, fino
allo stracciaiolo nelle città e al più misero contadino nelle campagne.

Pertanto, non può essere ignorato che i reali borbonici, allorquando furono
messi sul trono di Napoli e delle Due Sicilie, trovarono una situazione
scolastica pressoché inesistente ed avendo concepito, come diritto-dovere
dello Stato, la diffusione dell’istruzione popolare (ispirandosi ai grandi
precursori del passato, quali Cicerone, Carlo Magno e Martin Lutero), per
primi diedero vita ad un sistema scolastico obbligatorio ed unitario in
tutto il Regno, continuamente aggiornato, abolendo il plurisecolare
monopolio degli Ordini religiosi in materia di n’istruzione d’èlite, talché
la loro politica scolastica fu sulla stessa linea, anzi in alcuni punti
fondamentali addirittura più avanzata ( ad es. progettazione delle scuole
per formare i maestri elementari, creazione della cattedra di didattica e
pedagogia nell’Università di Napoli, etc.) di quella dei governi cosiddetti
“illuministici e rivoluzionari” del Decennio francese e del Regno d’Italia.

Ricordiamoci che il Regno delle Due Sicilie (al di qua del Faro) , pur
avendo pochi mezzi a disposizione, lasciò in eredità al Regno d’Italia dei
Savoia, alla fine del 1859, 3400 scuole primarie con 3820 maestri e circa
70.000 alunni, 100 scuole secondarie, 13 licei e 5 collegi reali frequentati
da circa 5000 alunni, un collegio militare, 3 educandati femminili e 7
scuole nautiche.

Occorrevano, però, ancora 3000 scuole per completare l’istruzione primaria,
per cui l’ultimo Re Francesco II, con provvedimento del 24 novembre 1859,
ordinò che in tutti i Comuni non mancasse l’insegnamento primario e che gli
stipendi fossero portati all’organico del 1816.

Questi dati incontrovertibili non possono non fare apprezzare la forte
azione in favore dell’istruzione popolare intrapresa dai Borbone, talché
sembra del tutto immeritato il commento di Rizzo e Stella sul Corriere della
Sera.

*Grande Ufficiale al merito della Repubblica. Dirigente superiore emerito Ministero P.I.

da Comitati Due Sicilie

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