venerdì 3 dicembre 2010

CENTOCINQUANTESIMO DELL'UNITA' D'ITALIA /2

Considerazioni sull'intervento del Preside D'Adamo

Caro Preside,
come promesso, dopo aver letto e riletto il Tuo intervento sul 150° anniversario dell’unità d’Italia, ecco alcune mie considerazioni.
L’ultimo autorevole giudizio, in ordine di tempo, è del ministro Bossi, secondo il quale “il Nord non voleva l’unità”. Col che, violentando la verità storica, a beneficio degli elettori, si suggerisce, sotto traccia, che gli artefici di quell’evento non furono i Piementesi, non fu Garbaldi, né Cavour, ma, dobbiamo ritenere, Francesco II di Borbone, Giacinto de Sivo e qualche altro “terrone”. La storiografia ufficiale ha sempre rimproverato al Sud di non aver partecipato al “glorisoso” sommovimento che ha portato ad una patria unita: Bossi capovolge il discorso e porta acqua al suo mulino. Impreparazione culturale, lucido disegno a pro del popolo padano? Forse si tratta dell’una e dell’altra cosa. Ma il problema è un altro, cioè che le sparate leghiste producono consenso. Hai presente, per esempio, la canzone di Matteo Salvini, il comunista padano, a proposito dei Napoletani? “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i Napoletani, son colerosi, terremotati …”. Bene, pensiamo che l’uscita goliardica (così è stata definita) abbia prodotto imbarazzo nei vertici leghisti e disgusto nella base? Macché. Sono tutti voti conquistati.


Quanto al Regno delle Due Sicilie, hai già scritto Tu autorevolmente e non voglio ripetermi. Aggiungo solo: ma perché io, in quanto meridionale, devo vergognarmi del fatto che in queste contrade abbia regnato Ferdinando II? Un sovrano che può essere criticato così come può essere criticato chiunque, ma non voglio farmi sopraffare dalla storiografia ufficiale, quella che si studia a scuola, che riduce tutto il Meridione ad una barzelletta. Ci si è messo pure Bocca (di fogna) e francamente non me l’aspettavo. Posso dire un’altra cosa? Il Regno delle Due Sicilie fu il primo fra gli stati pre-unitari ad introdurre l’obbligatorietà della motivazione nelle sentenze penali. Non mi sembra una cosa da poco.
Arrivati a questo punto della nostra storia nazionale, secondo me si tratta di far emergere fatti e situazioni da sempre nascosti. Nessuno, al di sotto del Tronto, immagina di portare sul trono di Napoli i Borbone (che tra l’altro mi sembra che non ne abbiano voglia), ma di ridare dignità ad una terra (ha ragione Panebianco) che può salvarsi grazie alla sua cultura, grazie, aggiungo io meno autorevolmente, a quella borghesia, per esempio tarantina, che ama e studia la storia della propria terra, che soffre nel vederla troppo spesso massacrata da una classe politica non all’altezza. Conosco personalmente il prof. Gennaro De Crescenzo, di Napoli, che è a capo di un gruppetto di borbonici (per evitare problemi, vogliamo chiamarli meridionalisti?). Si tratta di un professionista serio, impegnato da un punto di vista culturale, apertamente contrario a qualsiasi ipotesi secessionistica, a nord quanto a sud. E’ uno di quelli che va ripetendo da anni, tra le altre cose: guardate che i soldati napoletani, per il semplice fatto di non aver voluto prestare giuramento di fedeltà al nuovo re, avvertito come usurpatore, furono avviati ai campi di concentramento (Fenestrelle, per esempio) dove morirono di stenti e di fame. Che dire poi degli eccidi (54 paesi rasi al suolo), delle donne stuprate dai bersaglieri (vedi i fatti di Casalduni e di Pontelandolfo, ma non solo), delle riserve auree della banca di stato sparite all’arrivo di Garibaldi, della legge Pica sullo stato d’assedio? Mi fermo qui. Questi morti, quelli caduti in combattimento o nei campi di prigionia del nord, come le vittime civili, non meritano un senso di pietà? O Gesù Cristo è venuto invano su questa terra? Basterebbe questo, basterebbe che la Repubblica Italiana deponesse un mazzo di fiori a Fenestrelle. È troppo chiederlo?
Ma hai ragione Tu: questa Italia esiste e va mantenuta in piedi, ci mancherebbe altro. Si tratta di capire (rispondo ad una Tua intelligente sollecitazione) come mai riusciamo, noi Italiani, a primeggiare nella produzione industriale e contemporaneamente a dare segnali preoccupanti di fughe centrifughe, a non essere Nazione. Non so dare una spiegazione. Mi limito a riportare quello che dice il già citato Panebianco: la storia che stiamo vivendo in questi giorni non è nelle liti tra Berlusconi e Fini, nella crisi del Pd, nella cronaca spicciola, ma nel pericolo, verso il quale andiamo incontro, di una spaccatura tra il Nord e il Sud.



È una disdetta, caro Preside, come nei fatti antecedenti la guerra sociale. Roma e gli alleati italici sembravano sul punto di addivenire ad un accordo fondamentale, che poteva portare, col tempo, ad una aggregazione dei popoli che abitavano la Penisola. Sarà per le posizioni estremiste che andavano prendendo piede a Roma, censurate secoli dopo dal Machiavelli, ma non se ne fece niente. Anzi, si andò alla guerra: Italiani, così si chiamavano, come sai, quelli che avevano posto la loro capitale a Corfinio, nel nostro Abruzzo, contro Romani. In fondo, la guerra civile l’abbiamo nel sangue.

Un caro saluto
Giacinto

2 commenti:

  1. Si, hai ragione: siamo arrivati sempre ad un passo dalla nascita di una confederazione e poi è precipitato tutto, Del resto fu così anche alla vigilia dell'avventura garibaldina: la lezione federalista del Cattaneo non aveva lasciato indifferenti gli spiriti più illuminati, lo stesso Mazzini l'avrebbe accettato nella versione repubblicana. Poi è successo quello che sappiamo.
    Oggi chiamiamoli "meridionalisti" e non "borbonici" quegli amici che vogliono recuperare la memoria della grande storia napoletana. Ti ricordo per inciso che gli stessi libri che non parlano di Fenestrelle, non possono fare a meno di parlare degli splendori dell'Illuminismo meridionale di Filangieri e Genovesi e della grande lezione economica di Ferdinando Galiani (sulla sua opera maggiore "La Moneta" ha scritto pagine stupende Raffaele Mattioli).
    C'è già tanta letteratura meridionalista per capire le ragioni del progressivo ed inesorabile declino del Meridione d'Italia, ovvero per studiarne le ragioni politiche, economiche, sociali ed io aggiungo antropologiche. Ma nessuno si è provato ancora a studiare le ragioni del fallimento di tanti politici di primo piano del Meridione che hanno avuto responsabilità politiche nazionali. E cioè le ragioni del mancato decollo delle regioni meridionali quando a guidare il nuovo Stato unitario sono andati ministri, anche di prestigio, del meridione. Io ho in mente tante ragioni, ma nessuna in particolare. Dobbiamo ancora trovare le ragioni più plausibili.
    Oggi il gap con il nord è crersciuto e la contingenza economica non facilita una strategia di inseguimento.
    Per sovrapprezzo è esploso il fenomeno della Lega e il ruolo sempre più determinante assicuratole dal centrodestra. Ma qui il discorso diventa maledettamente complicato.

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  2. Se provi a chiedere in giro chi era Gaetano Filangieri ti rispondono che è il carcere minorile. Grazie del commento e, come al solito, alla prossima.

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