giovedì 17 marzo 2011

IL NORD VISTO DA SUD

Rispondo alla sollecitazione dell’amico Nicolangelo D’Adamo (CENTOCINQUANTESIMO DELL’UNITA’ D’ITALIA ). Vale anche, in contropartita del suo postregalo, come dono all’amico Giovanni Spinelli (uno che prima di scrivere studia).

"Qui è virtù grande nelle membra, quando la non mancassi ne’ capi. Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi de’ pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede dalla debolezza de’ capi; perché quelli che sanno non sono obediti, e a ciascuno pare di sapere”. Tra le cose che ci accomunano, caro Preside, le letture del Machiavelli hanno un posto particolare. Questo brano de Il Principe, secondo me, dice molto, anche a noi Italiani di oggi, soprattutto del fatto che ognuno pensa di essere un tuttologo. Dice, pure, che quel vigore, anche fisico, è in definitiva riferibile ai singoli più che al popolo, come nel caso, che lo scrittore fiorentino aveva in mente quando scriveva, della disfida di Barletta, esempio, appunto, di valentia personale che non trova spazio in un esercito. Sto cercando di rispondere alla Tua sollecitazione: “centocinquanta anni di storia unitaria ci hanno assicurato un posto tra le prime sette potenze economiche del mondo e non una effettiva unità nazionale”. Che posso dire? Banalmente, forse, anche in campo economico, le attività dei singoli sopperiscono ad una pubblica amministrazione non all’altezza, ad una criminalità organizzata che uccide l’economia, a infrastrutture che non esistono. Ma fino a quando? Panebianco è stato chiaro: la storia che stiamo vivendo non è segnata dalla cronaca politica di tutti i giorni, ma, nel profondo, dal distacco sempre più marcato, accompagnato anche da una certa dose di odio (da una sola parte, per la verità), tra il Nord e il Sud. Il clima è pesante, caro Preside, con un Nord che pensa di poter fare a meno del Sud, con un Sud alla ricerca di una classe dirigente. Uno Stato unitario nato male? È sicuro. A questo punto il Sud, secondo me, ha davanti a sé un compito storico: quello di difendere le ragioni dell’unità, che non sono quelle della vuota retorica patriottarda di questi giorni, quell’unità subita e costata lo stato d’assedio, i morti, gli stupri, gli incendi, la distruzione di una economia, unità che però ora non deve essere messa in discussione. Non possiamo, puerilmente, per fare dispetto a Garibaldi (quanti guai ha combinato) e a Cavour (meglio lasciarlo perdere), ritornare con l’orologio al 1860. Onoriamo i morti (non mi sembra che su questo punto il presidente Napolitano sia molto sensibile), ma cerchiamo, al tempo stesso, noi Meridionali, di guardare oltre, di attingere alla nostra cultura. Il tutto attraverso una nostra emancipazione da quel complesso di inferiorità trasmessoci dalla storiografia risorgimentale. Un cordiale saluto.

Giacinto Zappacosta

9 commenti:

  1. Grazie !! Oggi sono leggero..Beccati questa
    SIAMO MERIDIONALI
    mimmo cavallo

    siamo meridionali
    e abbiamo stati tutti quanti abituati male
    sospettate di noi, sospettate
    fate fate pure, fate come vi pare

    siamo meridionali
    dovete costruire le centrali nucleari
    stiamo qua noi approfittate di noi
    che fate non ne approfittate

    siamo mezzi marocchini e che vuoi
    teniamo l'africa vicino
    e stampiamo creature brutte, nere, arricciolate
    ci vengono naturalmente affumicate

    siamo meridionali
    e teniamo tutti quanti la terza elementare
    approfittate che non abbiamo arte ne parte
    e siamo abituati a perde'...

    ghetto! allora e' un ghetto!
    ghetto! oh no no no, ghetto!
    ghetto! ma ci va stretto...
    salvateci dal ghetto!

    siamo meridionali
    siamo nati a 'nu paise tradizionale
    carddinali e vescovi mezzi bianchi e mezzi neri
    e quelli che non son preti? so' carabinieri!

    sentie come parlamm' male ah...
    abbiamo nati a 'nu paise meridionale
    siamo figli della danza, di quest'anima africana
    e la musica che avanza, la musica chiama

    nui meridionali stamm' dappertutto
    se ci danno una mano ci pigliamo tutto
    siamo neri, brutti, senza bandiera
    e rumpimm' e palle con la musica nera

    nui meridionali sozzi comm' e ragni
    coltiviamo pomodori dint' e vasch' e bagni
    la fatica non ammazza chi la odia e chi la apprezza
    e a nui meridionali ci puzza pecche' pecche'

    siamo meridionali
    e teniamo 'na resistenza eccezionale
    digiuniamo tuttol ilmese e chi se ne importa
    campamm' cu' e canzune e con la buona sorte

    ghetto! allora e' un ghetto!
    ghetto! oh no no no, ghetto!
    ghetto! ma ci va stretto...
    maledetto!

    eih taranta' sta taranta che ti fa
    e non e' facile che ti passi lu vilenu di sti morsi
    gira gira suda e canta se t'ha morso la taranta
    ma chi e' stato ma chi e' stata... la taranta innammorata......

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  2. Caro Giovanni, adesso mi costringi a farti un altro regalo per tornare in pareggio.

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  3. La tardiva scoperta di essere meridionale mi ha rivelato un assurdo: i meridionali traggono il nome da quel che gli manca: il Sud. E pure quando la geografia gliene offriva uno (le infelici avventure contadine dei siciliani in Libia, in Tunisia), la storia glielo ha negato. Il mondo dei meridiona- li ha una direzione in meno: più giù di dove sono non si può andare, restando “a casa”. Il Sud porta con sé un’idea di gioia e di nostalgia; se la prima è data dal clima, dalla na- tura, l’altra (come accade, a volte, dopo un’amputazione) viene dal dolore dell’arto fantasma: fa male quello che non c’è. Il Sud. Ed è una negazione pesante.
    L’estremo lembo di alcune regioni, che il sentimento pro- prio e altrui percepisce “al confine del mondo”, è chiamato, in Galizia come in Cornovaglia o in Bretagna: Finisterrae. In Italia un posto così è in Puglia, a Santa Maria di Leuca: lì il

    mare si alza come un muro, a chiudere il discorso. La Pu- glia è un dito di terra lungo quasi quattrocento chilometri, ma largo poco più di trenta, verso Leuca. Significa che non solo ci manca il Sud (Finisterrae), ma altre due direzioni, l’Est e l’Ovest, sono appena abbozzate. Si intuisce altro, da qui, a cui non pensi se hai intorno un orizzonte completo e percorribile. Può trattarsi della direzione negata della vita.
    Un settentrionale può volgere gli occhi e cercarsi il futu- ro in ogni parte. Un meridionale, no: è costretto a guardare solo verso Nord: dalla storia, dall’economia figlia di quella storia, e persino dalla geografia. In realtà, nemmeno il set- tentrionale ha davvero scelta; se rinuncia al Sud, come quattro scriteriati vorrebbero, cade nella nostra condizio- ne (ma in modo artificioso, falso, quindi sterile): quella de- gli amputati. Mentre a noi tocca un arto fantasma che ti rende fertile (perché non è la tua volontà a privartene), a prezzo di un dolore necessario: chi non raggiunge e com- prende Finisterrae (la parte che manca) non sa il suo limi- te, non sa quel che vale. E si vede.
    (Pino Aprile-Terroni)

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  4. La tardiva scoperta di essere meridionale mi ha rivelato un assurdo: i meridionali traggono il nome da quel che gli manca: il Sud. E pure quando la geografia gliene offriva uno (le infelici avventure contadine dei siciliani in Libia, in Tunisia), la storia glielo ha negato. Il mondo dei meridiona- li ha una direzione in meno: più giù di dove sono non si può andare, restando “a casa”. Il Sud porta con sé un’idea di gioia e di nostalgia; se la prima è data dal clima, dalla na- tura, l’altra (come accade, a volte, dopo un’amputazione) viene dal dolore dell’arto fantasma: fa male quello che non c’è. Il Sud. Ed è una negazione pesante.
    L’estremo lembo di alcune regioni, che il sentimento pro- prio e altrui percepisce “al confine del mondo”, è chiamato, in Galizia come in Cornovaglia o in Bretagna: Finisterrae. In Italia un posto così è in Puglia, a Santa Maria di Leuca: lì il

    mare si alza come un muro, a chiudere il discorso. La Pu- glia è un dito di terra lungo quasi quattrocento chilometri, ma largo poco più di trenta, verso Leuca. Significa che non solo ci manca il Sud (Finisterrae), ma altre due direzioni, l’Est e l’Ovest, sono appena abbozzate. Si intuisce altro, da qui, a cui non pensi se hai intorno un orizzonte completo e percorribile. Può trattarsi della direzione negata della vita.
    Un settentrionale può volgere gli occhi e cercarsi il futu- ro in ogni parte. Un meridionale, no: è costretto a guardare solo verso Nord: dalla storia, dall’economia figlia di quella storia, e persino dalla geografia. In realtà, nemmeno il set- tentrionale ha davvero scelta; se rinuncia al Sud, come quattro scriteriati vorrebbero, cade nella nostra condizio- ne (ma in modo artificioso, falso, quindi sterile): quella de- gli amputati. Mentre a noi tocca un arto fantasma che ti rende fertile (perché non è la tua volontà a privartene), a prezzo di un dolore necessario: chi non raggiunge e com- prende Finisterrae (la parte che manca) non sa il suo limi- te, non sa quel che vale. E si vede.
    (Pino Aprile-Terroni)

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  5. Sei il solo, ad oggi, caro Giacinto ad aver preso sul serio il mio invito a riflettere con maggiore attenzione al perchè non riusciamo a diventare una nazione unita,pur essendo cresciuti economicamente. Parliamo di federalismo......Io non capisco: tutti i veri federalisti sono innanzitutto forti sostenitori dell'unità nazionale, il federalismo serve a riconoscere le peculiarità, le specificità, le reali differenze socio economiche tra alcune regioni italiane e non ad altro e sappiamo cosa.
    I "nordisti" citano Cattaneo (senza averlo letto) come antesignano del federalismo.....errore! Cattaneo parlava sì di federalismo, ma proprio nell'accezione di sopra indicata. Almeno rispettiamo i documenti!
    Chi ha scritto la poesia citata da Giovanni? Non so chi sia Mimmo Cavallo...quella è la "summa" dei nostri difetti e pregiudizi, ma anche un sintomo di masochismo che contraddistingue molti meridionali: non facciamo nulla per cambiare e ci piace sottolineare i nostri difetti (perchè ne abbiamo....sì che ne abbiamo), ma qui ci vuole un antropologo. Lentamente la verità storica sul processo di unificazione nazionale si sta affermando: ma su tanti episodi è calata una coltre, non un velo, di silenzio: E allora? Andiamo avanti! Dò ragione al Presidente Napolitano: "saremmo stati spazzati via se fossimo rimasti divisi!". L'unità è indisopensabile nel contesto sociopolitico attuale. E l'Europa delle "piccole patrie" è una pessima invenzione leghista.
    Certo, anch'io penso che la grande crescita economica e finanziaria postbellica l'abbiamo avuta a dispetto dei nostri politici e dei nostri servizi pubblici! Mi consentirai però di apprezzare più quei Parlamenti con Calamandrei,Moro, Nenni, Fanfani, De Gasperi, Almirante, Togliatti, Berlinguer (Enrico), La Malfa, Merzagora, Segni....(cito a memoria, senza un ordine cronologico)rispetto all'attuale Parlamento di cui cito solo un inquilino, Scilipoti, che pur viene definito un "responsabile". Condivido il tuo pessimismo, caro Giacinto , per il futuro...non ci resta che qualche bel libro e dire con il Machiavelli: è "solum" mio...

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  6. Caro Prof,vorrei essere serio dopo la palese dichiarazione di leggerezza." La città considerata come principio ideale delle istorie italiane," è il saggio che Cattaneo pubblica nel 1858 ed è il testo su cui si è costruito gran parte dell’apologetica federalista. Ma il suo contenuto non è un trattato di politica e quel testo chiede che si abbia una visione dell’economia.
    Il federalismo non è un principio ordinatore, ma è un modo per pensare lo sviluppo all’interno di una rete, non per esaltare i propri valori paesani.
    Cattaneo distingue ciò che chiama fisica della ricchezza (fondata sulle tre fonti della produzione: natura, lavoro, capitale) e l’intelligenza e la volontà che fondano la psicologia della ricchezza. La distinzione serve al politico nato a Milano per dire che è proprio questo quarto fattore (l’intelligenza) debba essere posto al centro dell’analisi per spiegare il complesso dell’economia. Cattaneo nel 1836!!! scrive che «le nostre città sono il centro antico di tutte le comunicazioni di una larga e popolosa provincia;(si riferirsce a Milno) vi fanno capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il cuore nel sistema delle vene; sono termine cui si dirigono i consumi, e da cui si diramano le industrie e i capitali; sono un punto d’intersezione o piuttosto un centro di gravità che non si può far cadere su di un altro punto preso ad arbitrio».
    Il testo di Cattaneo non si segnala solo per questo, ma anche per l’individuazione della crisi di quel processo che egli colloca alle soglie del Rinascimento, in una situazione politica in cui la mancata «unione dei municipi» non aveva prodotto la sopravvivenza per quel tipo di civilizzazione economica. Ciò che si era prodotto, invece, era la storia di un’altra città: quell’aristocratico-patrizia. Per questo il principio non era il federalismo, ovvero l’assetto istituzionale, ma l’intreccio tra forma del governo e attori economici attivi sul territorio. Il federalismo in questo senso era il segnale di un processo fallito, ma non la condicio sine qua non del successo. Era la premessa e la sua non realizzazione era segno del malessere. Superare quel malessere non è conseguente all’adozione di un kit istituzionale. "
    Ecco:quel senso di rete che non si è mai affermato.

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  7. "Il federalismo è un modo di pensare lo sviluppo all'internio della rete"...ottima sintesi del pensiero di Cattaneo che i federalisti moderni, evidentemente, non hanno letto. Sono d'accordo Giovanni, ma come si fa a farlo capire al PDL? Con i leghisti non ci provo neppure....
    Sia a te che a Giacinto, ma possiamo allargare il giro, vorrei fare una proposta: possiamo utilizzare questo blog per una discussione serena ed approfondita sui temi che di volta in volta ci scegliamo? Unico impegno, la serietà delle analisi. Naturalmente non voglio rilanciare una qualsivoglia forma di associazione culturale (non sono stato fortunato in passato e mi potrebbe ricapitare). A me interessa l'opinione di Giacinto, come l'opinione di Giovanni o di Fabio dal punto di vista squisitamente culturale: di altro non mi voglio curare, anzi mi rileggerò il De ocio religiosorum....

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  8. Grazie Preside, grazie Giovanni: mi avete onorato della vostra presenza. Caro Preside, a disposizione per ogni evenienza. E poi (la butto lì):ma non è che aveva ragione Rosmini?

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  9. Certo, caro Giacinto, che aveva ragione il beato Antonio Rosmini: ci fosse oggi un esponente carismatico del cattolicesimo liberale come Lui....quante ne direbbe....altro che "Cinque Piaghe della Chiesa"! quell'opera oggi non andrebbe all'Indice! Grazie anche a Giovanni. "...il federalismo... è un modo per pensare lo sviluppo all'interno della rete", Cattaneo era molto chiaro, altro che federalismo leghista: la "rete" deve essere ben solida! Ribadisco che il federalismo correttamente inteso seve a riconoscere le specificità, le peculiarità, a riconoscere le differenze socio-culturali tra le regioni.....ma tutto questo in un quadro di indiscussa unità (Vedi la Svizzera, gli USA, la Germania ecc.).
    Una proposta: ma non possiamo utilizzare questo spazio per un dibattito serio, culturalmente sostenuto sui temi che ci interessano di più? Magari anche la Poesia..... Non propongo una nuova associazione (non sono stato fortunato in precedenza), bensi il riconoscimento di una... "comunione di interessi" .

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