
Spett.Tg 3, Roma,
nel notiziario delle 14 di oggi 27 novembre, avete dato ampio risalto alla soluzione del caso FIAT di Termini Imerese. Si è parlato di tutto e di più: dei sindacati, del Ministero del Lavoro, della FIAT. degli operai, dei prepensionamenti ecc.
Non una sola parola è stata spesa per indicare agli ascoltatori il nome del “salvatore”, l’azienda che ha rilevato i sedotti e abbandonati da Marchionne stabilimenti siciliani.
Si tratta della Di Risio di Macchia d’Isernia, un piccolo borgo molisano.
E’ per questo che il protagonista di questa vicenda è stato obliato e rimosso?
Se a rilevare la FIAT di Termini Imerese fosse stata un’azienda di un piccolo borgo padano ci avreste ripetuto e cantato il nome per ore, e tutti gli organi di stampa “nazionali” avrebbero ben messo in rilievo il nome dell’acquirente e la località di provenienza.
Perché tanto assordante silenzio?
Provo ad abbozzare una ipotesi: negli ultimi 150 anni, da quando l’esercito piemontese venne a “liberarci” questa è la prima (la prima!) volta che un’ azienda del Sud rileva un pezzo di una azienda del Nord, e che azienda: la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino)!
Non ci eravamo abituati. Eravamo abituati ad essere comprati dal Nord. Anzi, derubati dal Nord, come avvenne per gli stabilimenti siderurgici della Mongiana in Calabria, per Pietrarsa, per Castellammare di Stabia ecc., dove l’esercito di “liberazione” piemontese, al servizio della virulenta borghesia capitalistica franco padano piemontese, con la massima solerzia, smontò tutti i macchinari giacenti nella colonia del Sud per portarseli nella madre patria, il Grande Piemonte Allargato, che chiamarono Italia.
Così, sul sangue dei terroni sono nate le loro grandi fabbriche: da Pietrarsa la Breda ferroviaria; dai cantieri navali di Castellammare quelli di La Spezia; dalle industrie tessili pugliesi quelle di Prato.
Da Pietrarsa, la più grande fabbrica metalmeccanica del devastato Regno delle Due Sicilie, con oltre 1200 addetti, si si sono portati i moderni macchinari a Genova per ampliare e rimodernare l’Ansaldo, che all’epoca aveva solo 400 operai.. Sì, l’Ansaldo, la genovese Ansaldo che democraticamente assorbì la napoletana Pietrarsa. Annessione industriale.
Vi si producevano macchine a vapore, locomotive, motori navali, precedendo di mezzo secolo aziende come la FIAT. Un gioiello! Era la più grande industria ferroviaria della Penisola. Da tutta Europa venivano tecnici e studiosi per carpirne i segreti. E poi lo Zar, lo Zar!, la fece copiare e riprodurre identica, in Russia dove si trasformò nelle celebri Officine di Kronstadt.
E lo Zar di Torino? Mandò una pattuglia di militari a sparare sugli operai che si opponevano alla cessione degli stabilimenti ad un nuovo padrone, naturalmente piemontese.
E tanto per non farsi mancare niente, i “liberatori” piemontesi vennero ad occupare, depredare e conquistare le fertilissime terre del casertano e dell’agro nocerino-sarnese dove il Padreterno aveva voluto che nascessero i preziosissimi San Marzano. E chi comprò, naturalmente a prezzi stracciati quei tesori agro alimentari? Un piemontese. Si chiamava Cirio, Antonio Cirio.
Ed ora un miserabile molisano osa comprare un brandello della gloriosa FIAT di Marchionne?
Vade retro, terrone!
Antonio Grano
Sociologo-Meridionalista
27 novembre 2011
Nessun commento:
Posta un commento