giovedì 26 gennaio 2012

Cultura: eliminiamo la nostra identità ed esaltiamo le culture altrui

Uno dei prodotti del relativismo è quello dell’esaltazione delle culture altrui. A Roma, di recente, si decide di celebrare il Capodanno cinese, mentre della fine dei cristiani in Cina non si hanno notizie. Sacerdoti, Vescovi, fedeli, vengono rinchiusi nelle prigioni, nei lager e spariscono. Si celebra il dragone, mentre secondo quanto riferisce il sito Phayul – la notizia è stata riportata dalla Laogai Research Foundation Italia Onlus – il governo cinese sta cercando di corrompere i tibetani che vivono all’interno del Tibet per indurli a celebrare il prossimo capodanno tibetano, il “Losar”, contro la loro volontà: sta distribuendo a tal fine a ciascuna famiglia tibetana 500 yuan (poco più di 50 euro) e 200 yuan a chi vive da solo.

A seguito dell’ondata di immolazioni che si sono verificate negli ultimi undici mesi soprattutto nella zona orientale del Tibet, la popolazione locale non intende celebrare il nuovo anno: un gesto di solidarietà per quanti negli ultimi mesi hanno perso la vita o la libertà in nome della causa tibetana.

Il Sindaco di Roma, invece, durante la celebrazione del capodanno cinese, facendo riferimento alle uccisioni della piccola Joy e del padre, dichiara: «Oggi si aggiunge anche la volontà di tutti di assicurare la giustizia verso chi ha commesso il crimine a Tor Pignattara; la nostra risposta è la fermezza, ci deve essere unità di tutte le forze politiche per chiedere un’azione decisa e preventiva contro la criminalità». Si sarebbero potute trovare altre forme ed altri modi per sottolineare l’esigenza di garantire la sicurezza nella capitale, evitando per l’ennesima volta di consumare questa voglia irrefrenabile e dilagante di esaltare le culture altrui, di rispettarle, come si dice, senza esigere che coloro che da stranieri risiedono nel nostro Paese rispettino la nostra.

E’ un modo di procedere aberrante, che produce cose aberranti. Come la comprensione che si dovrebbe avere nei confronti della cultura e della tradizione di alcune tribù zingare per le quali la tratta dei bambini è un dato ordinario: i padri guidano mercedes, mentre i loro bambini girano per le città chiedendo l’elemosina o commettendo furti. O, ancora, quel rispetto che si dovrebbe nutrire nei confronti di quella consuetudine che portò all’eliminazione qualche anno fa, di quella ragazza pakistana, si chiamava Ina, promessa in matrimonio ad un uomo della sua stessa nazionalità, ma fidanzata ad un italiano, un cristiano.

Il padre la sgozzò, la avvolse in un lenzuolo, la chiuse in un sacco della spazzatura e la seppellì nell’orto retrostante l’abitazione di famiglia, a Sarezzo, in Valtrompia, con la testa rivolta ad est, in segno di devozione ad Allah. Per la Cassazione quest’omicidio è stato dovuto solo ad un «distorto e patologico rapporto di possesso parentale», non a motivi legati alla fede religiosa.

Di recente, la Corte d’Appello di Bologna ha respinto la richiesta della Procura dei minori che chiedeva l’affidamento coatto ai servizi sociali di una bambina rom di dodici anni per consentirle di frequentare con regolarità la scuola dell’obbligo. «La condizione nomade e la stessa cultura di provenienza non induce a ritenere la sussistenza di elementi di pregiudizio per la minore», ha detto la Corte, per la quale la mancanza di igiene nella quale vive la bambina, in un campo per nomadi alla periferia di Parma «è un modo di vita normale per condizione e per origine». Un modo di vita “normale” per una parte di coloro che vivono nel nostro territorio, che stride con le nostre leggi.

Sono innumerevoli gli esempi che si potrebbero portare, rispetto ai quali una certa cultura buonista ci vorrebbe far credere che prima di ogni cosa viene l’accoglienza e l’integrazione – che sono poi l’equivalente dell’ospitalità secondo i principi del paese ospitante – senza porci minimamente il problema di far rispettare le regole a chi è ospite in casa nostra, che viene reso “legibus solutus”. Una follia. Che ha una sua spiegazione: la perdita della nostra identità e delle nostre radici cristiane. Solo un paese che ha vera consapevolezza della sua identità, da un lato non ha bisogno di esaltare le culture altrui e dall’altro è in grado di realizzare una vera integrazione. (Danilo Quinto)

da Corrispondenza Romana

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