mercoledì 4 febbraio 2015

PARALIPOMENI ALLA MIA AUTOBIOGRAFIA


Così sono io (se vi pare)

Non so concentrare la mia felicità in un piccolo spazio, come suggeriva il poeta. L’animo mi sospinge sempre innanzi, sempre insaziabile, sempre insoddisfatto dell’oggi e amante del domani, curioso di quello che il nuovo giorno mi porrà dinanzi. Sarò sempre uno spiantato, lo so, e ne vado fiero. Ho solide radici, ma Dio non ha creato il luogo in cui fisserò la mia tenda. Sono libero e voglio rimanere libero, nella testa prima ancora che nella corporeità. Ecco perché non ho mandato la mia anima all’ammasso, nel frullatore del pensiero unico e unificante, quella invisibile dittatura che ti dice, ti impone, come devi parlare (male), come devi scrivere (peggio), come devi vivere e che cosa devi pensare. È quello squallore del “come dire”, quelle due parole, quell’intercalare che usiamo, anzi usate, a ogni piè sospinto, che avete ascoltato e appreso nelle stupide trasmissioni televisive, il gergo che nasconde, a malapena, il vuoto, il flatus vocis che si disperde nei discorsi senza senso, nei dibattiti demenziali e nelle tribune elettorali, quelle nelle quali ognuno si proclama vincitore. Sul ponte, dunque, sventola bandiera bianca. Ma non sul mio modesto fortino, in vetta al quale, anzi, garrisce la bandiera di guerra. Nella vita, che ormai volge al termine, ho spesso sbagliato e, per quel po’ che mi rimane, continuerò a sbagliare; però l’ho fatto e lo farò dopo aver visto di persona, dopo essermi perlomeno sforzato di studiare, di andare a vedere, mai fidandomi delle vulgate massmediatiche e dei rapporti giornalistici, le une e gli altri scaturigini di quella ignoranza che gronda grasso, mallevadori inconsapevoli di una grezza eppure efficace propaganda, quella che ti spappola il cervello e te lo ricompone ad uso e consumo di chi ha in uggia la cultura, il sapere. D’altra parte, un popolo di pecoroni e di capre è co-essenziale al sistema. Verbigrazia, e solo per dirne qualcuna, non ho mai fatto affidamento sulla comoda e banale convinzione, che rimbalzando di bocca in bocca, in un crescendo di idiozie, indica in Machiavelli il cinismo fatto persona e nella frase “il fine giustifica i mezzi” la sintesi del suo pensiero. Un’estate mi imposi di studiare il grande fiorentino, direttamente dalle sue opere, s’intende. Ero giovane (anch’io lo sono stato): scoprii uno scrittore, uno scienziato della politica, uno storico del tutto diverso rispetto ai pregiudizi consolidati da secoli di malevolenze. Sia lode a Dio: non ho chinato la testa di fronte all’ignoranza, ma l’ho usata per ragionare. A proposito, la frase “il fine giustifica i mezzi” non l’ho trovata in nessuna opera del Machiavelli. A chi mi dice “bravo, sai scrivere, hai una capacità innata” non ho mai risposto. E per rispondere devo tornare con la mente all’ottobre del 1971, scuola media “Raffaele Paolucci” in Vasto, quando mi cimentai nel primo compito in classe di italiano. Voto: 5 e mezzo. La mazzata fu terribile, la pagella, di lì a breve, più che lusinghiera, ma in italiano scritto arrancavo. Al ginnasio la mia esposizione scritta era impantanata nella desolata mediocrità. La svolta al liceo. Ma ho dovuto faticare. Laddove, all’epoca, prendere carta e penna era un sacrifico, ora scrivere è per me un piacere impagabile. E amo scrivere, a ben pensarci, sugli sconfitti, su quelli che sono stati condannati, senza appello, dalla storia, o meglio dalla storiografia ufficiale. Machiavelli, appunto, irrimediabilmente massacrato dalla vulgata popolare. E poi i briganti, le donne stuprate dagli animosi bersaglieri, i soldati napoletani ammassati dai Piemontesi nei campi di concentramento, i Vandeani sterminati mediante brutale genocidio, gli insorgenti, quelli che, armati di forconi, resistevano, o cercavano di farlo, ai Francesi e ai lecca-piedi autoctoni. Mi attardo, ancora, a considerare l’infelice sorte dei bambini cui è negata la vita, diritto primario conculcato dall’inesistente diritto all’aborto. Ho le mie idee e vado avanti così. Ma nonostante questo, o forse proprio perché coltivo dei valori, parlo con tutti, proprio tutti, per curiosità latina e magno-greca. Così, pur considerando Lepanto un valore meta-storico, mi ritrovo, senza impaccio, a prendere un caffè con un musulmano, con lui discutendo della presenza del Crocefisso nelle aule scolastiche, e scoprendolo tra l’altro sulle mie posizioni; a studiare gli scritti di Pasolini pur non riconoscendomi, se non in minima parte, nelle sue opere; ad estasiarmi, io anti-risorgimentale, di fronte all’eloquenza di Giuseppe Mazzini. Mi piacciono le persone intelligenti, quelle che hanno qualcosa da dire, quelle che ti fanno pensare, quelle che non ragionano penosamente per schemi o per pigrizia interiore. Senza volermi paragonare al grande filosofo romano, è quell’atteggiamento di Seneca, mai disertore rispetto alle proprie convinzioni, ma esploratore per conoscere e apprezzare quello che di buono c’è dall’altra parte dello steccato. Al di là di questi approdi, non ho spazio in questo consorzio umano, nel quale non mi riconosco. Me ne andrò su un carro di fuoco, senza dare fastidio ad alcuno. La mia bara sia avvolta dalla Bandiera. I pochi sanno di quale vessillo si tratti.                   

Giacinto Zappacosta


pubblicato su piazzarossetti.it

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