
Da quello che ho capito, il punto di forza del curriculum di Federica Carpineta è la conduzione, assieme ad altri, di un albergo di proprietà della famiglia: un po’ poco per un assessore regionale al Personale. Tanto valeva accontentare un frustrato Tagliente, prevenendone le intemperanze, e lasciare che gli albergatori si occupassero, tautologicamente, di alberghi. Comunque, finché uno non combina guai e se ne sta buono e tranquillo, i danni possono essere limitati, o annullati del tutto. Invece no, la Carpineta, amica personale del governatore Chiodi, volendo passare alla storia, prima dell’imminente rimpasto, dagli esiti incerti, ha invertito, contro natura, la scala di valori comunemente accettata, quella che vede una laurea valere più di un diploma. O forse ha soltanto obbedito a qualche ordine proveniente dall’alto.
Con ordine: la Regione Abruzzo ha indetto un concorso interno, limitato a 41 posti, per un avanzamento in carriera. L’inghippo è riassumibile (articolo 8 del bando) nei 5 punti riconosciuti ai laureati con 110 con o senza lode, a fronte di 6 punti a favore dei diplomati col massimo dei voti. Non solo, ma chi si è laureato con votazione inferiore a 100 non si vede riconosciuto alcun punteggio, mentre i diplomati, all’epoca, con una votazione tra 42 e 44 ne hanno almeno 1. Certo, questi punteggi non sono l’unico criterio, perché, ci mancherebbe, sono previste due prove scritte e una orale, ma il cervellotico criterio di valutazione dei titoli di studio avrà il suo peso. A tutto danno della tanto sbandierata meritocrazia chiodiana. Ancora: ogni anno di servizio dà luogo ad un punto fino ad un tetto di 23. Così, chi ha 24 anni di servizio si vedrà riconosciuti 23 punti, lo stesso punteggio di chi lavora in Regione da 23 anni.
Il Messaggero, nel riportare la notizia, non fa commenti. Non ne faccio nemmeno io. Solo un’ipotesi: non è che, trattandosi di personale interno, i cui titoli di studio sono quindi già conosciuti, la Regione ha già fatto i suoi conti? La Carpineta, dinanzi alle telecamere, non ha dissipato i dubbi, ma si è limitata a dire, in perfetto politichese, che si tratta solamente di un concorso interno. Nella giunta Chiodi, assieme alla moralità politica, è andata a farsi benedire la logica.
Con ordine: la Regione Abruzzo ha indetto un concorso interno, limitato a 41 posti, per un avanzamento in carriera. L’inghippo è riassumibile (articolo 8 del bando) nei 5 punti riconosciuti ai laureati con 110 con o senza lode, a fronte di 6 punti a favore dei diplomati col massimo dei voti. Non solo, ma chi si è laureato con votazione inferiore a 100 non si vede riconosciuto alcun punteggio, mentre i diplomati, all’epoca, con una votazione tra 42 e 44 ne hanno almeno 1. Certo, questi punteggi non sono l’unico criterio, perché, ci mancherebbe, sono previste due prove scritte e una orale, ma il cervellotico criterio di valutazione dei titoli di studio avrà il suo peso. A tutto danno della tanto sbandierata meritocrazia chiodiana. Ancora: ogni anno di servizio dà luogo ad un punto fino ad un tetto di 23. Così, chi ha 24 anni di servizio si vedrà riconosciuti 23 punti, lo stesso punteggio di chi lavora in Regione da 23 anni.
Il Messaggero, nel riportare la notizia, non fa commenti. Non ne faccio nemmeno io. Solo un’ipotesi: non è che, trattandosi di personale interno, i cui titoli di studio sono quindi già conosciuti, la Regione ha già fatto i suoi conti? La Carpineta, dinanzi alle telecamere, non ha dissipato i dubbi, ma si è limitata a dire, in perfetto politichese, che si tratta solamente di un concorso interno. Nella giunta Chiodi, assieme alla moralità politica, è andata a farsi benedire la logica.
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