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sabato 6 novembre 2010

MERIDIONALI FIGLI DI UN DIO MINORE /2

Continua il mio dialogo col Preside D'Adamo

Caro Preside,

i complimenti fanno sempre piacere, soprattutto se provengono da una persona di cultura, benché le Sue parole, per me, abbiano un po’ del rimprovero, perché mi fanno riflettere sul fatto che, in quei cinque anni di liceo, avrei potuto e dovuto studiare di più. Quanto ai discepoli di Miglio, Lei ha proprio ragione: è una gara a chi è più rozzo. Prendiamo l’ideologia spicciola, quella che i leghisti (ma non solo loro) hanno ormai interiorizzato, quella sintetizzabile in una frase: al sud prevale l’elemento latino, inferiore, mentre al nord prevale l’elemento longobardo o celtico, superiore (Bossi). Da parte mia, solo qualche osservazione. La Storia non è mai netta come la scure, per cui tu puoi distinguere, plasticamente, tanti pezzi di legname, separati gli uni dagli altri, o come lo scalpello dell’artista che elimina e destina alla discarica le parti sovrabbondanti. Intanto, Bossi sicuramente non sa che il Santuario nazionale dei Longobardi, dove tuttora si venera l’Arcangelo Michele, è a Monte Sant’Angelo, sul Gargano, non sul Monviso, dove tutti gli anni si ripete il rito delle ampolle. Noi Vastesi, perlomeno noi anziani, sensibili a certi richiami, dobbiamo proprio ai Longobardi la nostra devozione nei confronti di questo personaggio celeste armato di spada, che era per l’appunto il Santo protettore di quel popolo molto tempo prima di essere il patrono della nostra città. Non parliamo poi dello stemma di Vasto, che è longobardo al cento per cento. Prendiamo ora Cremona, stupenda città lombarda, fondata dai Romani nel 218 a. C. (urbs fedelissima), ricca di chiese e di opere d’arte. Bene, nel centro storico basta scavare per rinvenire la presenza dei Romani, nei mosaici, nelle ville, nelle monete, nel culto della catanese Sant’Agata, diffuso in gran parte della Lombardia dai legionari convertiti. Il discorso potrebbe continuare a lungo, fino a comprendere certa toponomastica abruzzese di origine longobarda, e tanto altro ancora. Quanto al resto, caro Preside, Lei ha toccato un punto fondamentale: il Cristo romano non è un’invenzione di Dante Alighieri.

Con stima

Giacinto

GIANFRANCO MIGLIO E I MERIDIONALI

Ricevo dal Preside Nicolangelo D'Adamo

Giacinto Zappacosta ha scritto uno stupendo articolo (di rara bellezza stilistica) dal titolo “Meridionali: Figli di un Dio Minore”, a commento di una vecchia esternazione dell’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, sui meridionali “antropologicamente diversi” e, addirittura, sulla nefasta eredità della cultura greco romana che graverebbe soprattutto su noi meridionali. Esternazione mai ritrattata, anzi ingigantita, con fatti e parole, dai suoi “discepoli” ancor più volgari e rozzi, come sempre avviene, del “maestro”. Mi piacerebbe che soprattutto i giovani leggessero l’articolo di Zappacosta e ne facessero oggetto di riflessione e discussione e segnatamente quei giovani che “sanno di greco e di latino” : E questo da un lato per riscoprire l’orgoglio per tanta eredità culturale, che dalle nostre terre ha segnato per sempre lo sviluppo di tutto l’Occidente, e dall’altro per comprendere su quali forzature e grossolane storture è nato il fenomeno leghista, alimentato, dopo, da un altissimo tasso di odio etnico mai attutito neppure dalle finzioni ipocrite del “politicamente corretto”.
A quella lettura i giovani potrebbero unire i saggi classici di Hannah Arendt (in particolare “Le Origini del Totalitarismo”) che riconoscono alla cultura classica un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’ Occidente: “…il 90% di ciò che l’uomo ha detto di importante, l’ha detto in greco o in latino”. Ovvero le grandi conquiste della civiltà occidentale: sistemi di governo (il concetto di politica e di democrazia), leggi, giustizia , l’etica e la pedagogia la filosofia, la poesia ecc. appartengono ai grandi pensatori greci e latini che hanno fornito ai moderni le basi di partenza, le “pietre angolari” su cui si è sviluppata tutta la riflessione successiva.
Sarebbe stata opera meritoria del Governo o di qualche Università pubblicare l’anno prossimo, in coincidenza del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, studi e ricerche, anche di pensatori del passato, sulla cultura classica e le tracce di quella cultura sulle istituzioni moderne. Anche gli scettici o gli smemorati si renderebbero conto di quanto siamo debitori a quel mondo. Ci siamo tanto scandalizzati per il mancato inserimento nella Costituzione Europea di un qualche riferimento al Cristianesimo, ma la base filosofica a tutta la riflessione teologica cristiana non è stata offerta propria dalla cultura greco romana? E se si sottostima o addirittura demonizza quella cultura, come si giudica la successiva riflessione teologica?

giovedì 4 novembre 2010

MERIDIONALI FIGLI DI UN DIO MINORE

La maledizione pronunciata da Miglio, la cultura classica, la nostra civiltà, la nostra tradizione

Ricordo ancora le parole di Gianfranco Miglio (Dio lo abbia in gloria), ideologo della Lega, naturalmente portato a riversare sulla testa dei Meridionali torrenti di improperi e di cattiverie. Meridionali, è bene rimarcarlo, che sono l’unica etnia al modo non protetta dal “politicamente corretto”, popolazione da un secolo e mezzo senza dignità e, sostanzialmente, senza autentica rappresentanza. Voglio essere chiaro su questo punto: se decido di criticare i negri, gli Ebrei o i musulmani (dico solo per ipotesi), so già in partenza che lo devo fare in un certo modo, so che devo limitarmi, ricondurre il discorso entro canoni imposti dalla invisibile dittatura massmediatica, conscio che ogni deragliamento mi costerà una reazione compatta e massiccia, distruttiva direi, ad opera della cultura dominante. Al contrario, chi insorgerebbe se il leghista di turno, o chi per lui, ci indicasse (parlo di chi vive a sud del Tronto) come popolo antropologicamente inferiore? Nessuno: è già successo mille volte (vedi le sparate di Aldo Cazzullo) e succederà ancora, non sappiamo per quanto tempo. Il bello è che non ci ribelliamo, noi, i diretti interessati, adusi a chinare la testa e a ingoiare i rospi. Miglio, dunque, con i suoi assiomi, se non altro di una chiarezza senza pari. “Su che cosa è basata la civiltà classica? Sul concetto che l’uomo di rispetto vive alle spalle altrui. È la società mediterranea, così diversa dalla nostra. Chi è Odisseo? È uno che vive rubando”. Così il grande leghista, che esternava al di là e contro la legge Mancino sulla repressione dell’odio razziale, valida, appunto, a tutela di tutti, ma con una sola eccezione.

Ne emerge una civiltà, quella greco-romana, vista come il male assoluto, la negazione di Dio. E parliamo di una cultura che ha dato all’umanità Numa Pompilio, Virgilio, Cesare Augusto, Seneca, Platone, Aristotile, Eschilo, Sofocle ed Euripide. Mi piace aggiunge all’elenco, ampiamente incompleto, Leonida di Taranto, l’esule cantore della sua patria, sconosciuto quanto geniale poeta greco. Allora, abbiamo studiato tutti invano? Abbiamo imprecato inutilmente sui testi greci e latini che non riuscivamo a rendere in italiano? Sono state infruttuose le alzatacce per rifinire la preparazione in vista dell’interrogazione? Di più, ci dobbiamo vergognare delle nostre tradizioni, di quello che siamo, di noi stessi?
Provo a ragionare sulla maledizione proferita da Miglio. Roma, innanzi tutto. Come ha osservato Machiavelli, fiorentino (“i miei Romani” amava dire), quello che l’ignoranza collettiva riconnette al detto (inesistente) “il fine giustifica i mezzi”, in ogni società ci sono due “umori”, cioè i “grandi” che vogliono “oppressare” il popolo e il popolo che non vuole essere “oppressato”. Questo, ovviamente, vale anche per la Roma antica, ammette il grande scrittore. Quindi nessuna seria lettura storica può negare che anche in riva al Tevere esistessero contrasti sociali (vogliamo dire “lotta di classe”?), con tutto un corollario di ingiustizie. Dove però il genio romano intervenne fu nella creazione del tribunato della plebe, a tutela di quello che oggi chiameremmo il proletariato, e soprattutto nella scelta da parte degli ottimati, dimostratasi decisiva per la grandezza di Roma, di non chiudersi in un rozzo spirito di casta.

Al di là di questo, l’ambizione dei singoli, specie se nobili, doveva passare attraverso i campi di battaglia: chi sopravviveva poteva poi sperare di comandare e di imporsi. Altro che vivere alle spalle altrui, caro Miglio. Non dimentichiamo che i consoli, all’inizio dell’età repubblicana entrambi patrizi, combattevano alla testa dei loro eserciti. Lo stesso Giulio Cesare, una cinquantina di anni prima di Cristo, in un’epica battaglia, combatté contro i pompeiani corpo a corpo. Altro punto: il “ladro” Odisseo. Nell’Odissea c’è tutto: il gusto per l’avventura, la nostalgia per la patria lontana, l’affetto coniugale e filiale, la difesa della propria famiglia e della propria casa che sfocia nella vendetta più cruenta, il senso sacro dell’ospitalità. Persino l’affetto struggente tra un cane, Argo, e un uomo, Ulisse che rimette piede nella reggia, al momento sotto mentite spoglie. Miglio non ha apprezzato tutto questo. Noi studenti liceali sì. E siamo fieri di essere diversi da Miglio.

Giacinto Zappacosta

riproduzione vietata

martedì 2 novembre 2010

IL TRIVIO E IL QUADRIVIO

Nel risistemare l’archivio, mi sono imbattuto in questo “pezzo” pubblicato tempo addietro. Lo ripropongo.

I morti non si contano più: continua il massacro della lingua italiana

Ieri sera, durante un telegiornale trasmesso da una tv locale, ho colto, tra tante perle, un apax legomenon, una parola inesistente in italiano, coniata al momento: “quadrivìo”. Proprio così, pronunciata con l’accento sull’ultima “i”. Non è un caso isolato, tenuto conto che se ne sentono e se ne leggono di tutti i colori. La lingua italiana ne esce massacrata, come nel caso di “donna abusata”, che è un insulto alla cultura patria. Il guaio è che l’ignoranza si espande, crea consenso, si sviluppa senza sforzo. Gli stessi docenti, a scuola, nel correggere (quando se ne accorgono) gli orrori, non li considerano ai fini della valutazione, del voto. La grammatica e la sintassi come una regola facoltativa, un inutile orpello. Ah, la scuola di una volta!